Erano circa le 10 del mattino del 28 marzo.mamma che allatta con mascherina logo

La mia famiglia e io eravamo ancora tutti a letto. Martino, il mio bimbo più piccolo, dormiva vicino a me, attaccato al mio seno; accarezzandolo mi sono accorta che scottava, e, misurandogli la febbre, ho constatato che era a 38,5 gradi.

Subito dopo è arrivata la telefonata che aspettavo e temevo terribilmente: il tampone per il Covid fatto il pomeriggio prima era risultato positivo. Da qualche giorno non mi sentivo bene, ed ecco la conferma ai miei sospetti.

È stata una spaventosa doppia doccia fredda: non solo mi ero ammalata io, ma sicuramente la febbre di Martino derivava da quello! Sono scoppiata a piangere al telefono, nel panico, e dall’altra parte l’operatore tentava di rassicurarmi dicendomi che i bambini sono forti, guariscono in fretta. Ma nella mia testa vorticavano mille pensieri e sensazioni: innanzitutto il senso di colpa nei confronti della mia famiglia, e soprattutto del più piccolo. Per causa mia la loro salute era messa a rischio, e le conseguenze potevano essere molto gravi. Poi ho iniziato a mettere in discussione il mio allattamento: se non avessi allattato Martino, si sarebbe ammalato? Avrei dovuto smettere? Se io fossi peggiorata, come avremmo potuto gestire la separazione? E questo mi ha spaventato particolarmente, tanto che ho ancora il magone al ricordo.

Subito però ho iniziato a essere un po’ più lucida: Martino è un bimbo di quasi due anni ad altissimo contatto, quindi sarebbe stato impossibile tenerlo separato da me ed evitare che si ammalasse. Allattarlo a questo punto era un vantaggio, tramite il mio latte gli stavo offrendo una grossa protezione! Mi sono fatta forte di ciò che avevo letto sulle indicazioni date da OMS, ISS, LLL a proposito dell’allattamento al seno, e mi sono un po’ rasserenata.

Ho preferito mettere da parte il pensiero terrificante di un mio eventuale ricovero, scegliendo di affrontare una cosa alla volta, e per fortuna non è stato necessario gestire anche quel problema!

Durante la quarantena sono stata contattata da numerosi operatori sanitari per monitorare lo stato di salute della mia famiglia; in molti mi hanno chiesto se stavo attuando una sorta di isolamento dentro casa, stando separata da mio marito e dai bambini, ma per fortuna, quando facevo presente che allattavo il piccolo e che quindi era impossibile stare lontani, nessuno ha avuto nulla da obiettare... altrimenti me li sarei mangiati vivi!!

A un certo punto, visto che i miei sintomi non regredivano, si è presentata una nuova angoscia: il medico mi aveva prescritto una terapia che non sapevo se fosse compatibile con l’allattamento, sebbene fossi a conoscenza del fatto che ormai sono pochissimi i farmaci pericolosi.

Ho contattato immediatamente, con il cuore in gola, l’operatore del centro antiveleni di Bergamo che mi ha rassicurato in quel senso. Il mio sollievo è stato così forte che, finita la telefonata, mi sono messa a piangere: sarebbe stato straziante dover scegliere se curarmi o interrompere l’allattamento.

Questa esperienza è stata decisamente stressante da molti punti di vista. All’incognita legata all’evoluzione che avrebbe potuto avere la malattia in me e nella mia famiglia, si è aggiunta l’ansia di dovermi separare dai miei figli e di dover interrompere l’allattamento.

Nonostante le mie conoscenze e le mie certezze, mi sono sentita vacillare più volte.

Ma il mio istinto mi diceva che stare vicino al mio bimbo e nutrirlo con il mio latte era la scelta giusta, e sono contenta di non aver ceduto al panico!

Lettera Firmata